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“Contagi d’amore” è la mostra del fotografo Donato Fasano, sostenuta dal Consiglio regionale, e realizzata in collaborazione con il Policlinico di Bari.

Composta da 43 pannelli, allestita nell’Agorà e nella Biblioteca del Consiglio regionale, racconta i giorni della pandemia nel padiglione “Asclepios” del Policlinico di Bari adibito a terapia intensiva per i malati di Covid. L’autore ha trascorso le sue giornate al fianco di medici e infermieri e, come loro, si è sottoposto al rituale della vestizione: la tuta bianca sopra i vestiti, i guanti, i copri-scarpe, il casco autoventilato, la continua e accurata disinfezione delle mani.

Chicca Maralfa ha curato il catalogo (Claudio Grenzi Editore) con Donato Fasano , pubblicando il testo “2020: Odissea sulla terra”.

2020: Odissea sulla terra

C’è qualcosa di spaziale nelle foto che Donato Fasano ha voluto dedicare alla pandemia in atto. Di distopico, per usare una parola molto in voga. E che va ben oltre la scelta di giocare con gli effetti di colore e i tempi di scatto.

Nel racconto per immagini “2020: Odissea sulla terra” c’è l’urgenza dell’azione, che è narrazione veloce che anche sguardo alterato, stordito. In questi scatti intervento d’emergenza e sofferenza sono facce della stessa medaglia. Perché negli ospedali il virus ha stemperato il confine fra esistenze: si combatte per salvare gli altri, ma anche se stessi, essendo molto alto il rischio di contagio.

La pandemia ha alterato il nostro tempo. La percezione del tempo ma anche il suo rapporto con lo spazio. E in questo ci sarebbe un po’ di fantascientifico, se non fosse tutto così vero. Che è ciò che le tute protettive di medici e operatori sanitari, le loro maschere e visiere trasparenti, evocano nel nostro immaginario. Un futuro piombato sul più bello nella quotidianità, ma non per annunciarci magnifiche sorti e progressive ma per difenderci dalla più inesorabile delle umane manifestazioni: la morte.

Il Covid-19 ha inaugurato una nuova dimensione esistenziale. A cominciare dal distanziamento e a finire allo smart working. Ma anche una nuova dimensione cromatica. Domina il blu ciano, con tutte le sue sfumature, quello dei guanti, delle mascherine e dei copri-scarpe, dei tubi che portano ossigeno, cioè la vita.

Donato Fasano in ogni scatto riesce a trasferire tutto questo e il risultato è una pellicola in movimento, una sorta di lungo piano sequenza nella terapia intensiva per i malati di Covid-19 del Policlinico di Bari, dove tanti guerrieri spaziali si muovono come sentinelle della vita. Sembra che abbia fra le mani una steadycam e non una macchina fotografica, per come si aggira, mantenendo per il suo racconto in soggettiva un punto di vista lineare, sempre alla stessa altezza. Che a pensarci bene potrebbe essere anche quello di un protagonista, suo malgrado, della malattia, con lo sguardo sfocato per la febbre, con i sensi alterati dal dolore e dai farmaci per sedarlo.

Impressione ancora più viva se si visita la mostra da casa in virtual tour.

Il fotografo ha ritratto anche la gestualità della cura. Cura che negli ospedali è accudimento, dovere e responsabilità. Resilienza, per usare un’altra parola molto in voga.

Il suo è il racconto dell’ansia, dell’inquietudine, della sofferenza ma anche della stasi operosa di chi veglia costantemente sul riposo dei malati, della fede e dell’amore, “materia, terra, cosa” come diceva Gaber, perché c’è tutto questo nei movimenti che ritrae, nel “fare corpo” degli operatori sanitari nonostante tutte le distanze imposte, come anche nei monitor digitali dei macchinari collegati ai pazienti. Perché il Covid ha cambiato anche il modo in cui si muore.

Sarebbe un atto di superbia pretendere di raccontare la pandemia con una mostra fotografica, perché tanti sono i modi in cui continua a manifestarsi, tanti i suoi protagonisti, i punti di vista, tanti “i tutti” impegnati a combatterla. Quello di Donato Fasano vuole essere quello che è: un reportage della prima linea di una guerra in tempo di pace, ma anche un resoconto di speranza.

Nonostante tutte le perdite vince sempre l’uomo, vince la scienza e soprattutto l’amore, che è contagioso.

Chicca Maralfa

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