Fra le pagine dei romanzi ci sono nomi che parlano prima di altri, che prendono forma e messi addosso a un personaggio non solo lo dichiarano ma lo determinano nella fantasia del lettore. Ci pensavo leggendo “I giorni di Vetro” di Nicoletta Verna che, per via della sua Redenta, mi ha riportato alla mente Modesta de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza.
Tutti i nomi di persona significano qualcosa. Fra le pagine dei romanzi ci sono nomi che parlano prima di altri, che prendono forma e messi addosso a un personaggio non solo lo dichiarano ma lo determinano nella fantasia del lettore. La scelta del nome del protagonista o della protagonista può essere per uno scrittore importante quanto l’intera storia. Un nome non solo deve suonare bene. Altrettanto bene deve rappresentare e reggere il ruolo nelle diverse situazioni. Avere insomma una sua coerenza.
Ci pensavo leggendo “I giorni di Vetro” di Nicoletta Verna che, per via della sua Redenta, mi ha riportato alla mente Modesta de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Dal mio punto di vista due capolavori. “I giorni di Vetro” è un romanzo uscito nel 2024. “L’arte della gioia” è stato iniziato nel 1967, ultimato nel 1976 e pubblicato “a rate” nel 1994 e 1998 da Stampa Alternativa, e poi da Einaudi e Mondadori nel 2008 e 2009. Sì, c’è il film della Golino, ma non mi interessa parlarne qui.
Mi interessa invece dire che Redenta e Modesta sono due nomi iconici. Croci caricate addosso a figure femminili straordinarie, che devono reggerne il peso lungo il percorso dell’intera narrazione. L’etimo grava sulla via dolorosa del loro tragitto esistenziale: conservazione e metamorfosi, riscatto e umiltà, redenzione e misura. Un vero e proprio Golgota personale.
Sono entrambi due nomi di origine religiosa, un tempo molto usati e particolarmente evocativi di una condizione, nel loro caso molto femminile. Etichette di destino attribuite dai genitori, come accade per tutti i figli e tutte le figlie, senza che possano avere voce in capitolo. Una specie di brand/logo individuale si direbbe oggi, con il quale ci si trova a fare il marketing di sé stessi agli occhi degli altri nell’arco di tutta una vita.
Croci caricate addosso a figure femminili straordinarie, che devono reggerne il peso lungo il percorso dell’intera narrazione.
Continuando a fantasticare su questa astrusa coppia letteraria, mi sono chiesta se i personaggi di Redenta e Modesta potessero avere qualcosa in comune, al di là della potenza dei loro nomi e della splendida scrittura che li ha generati a tanti anni di distanza una dall’altra. Certamente la povertà del contesto in cui crescono. Periodo storico, famiglia e luoghi. Redenta nei primi anni Venti, i giorni del delitto Matteotti, a Castrocaro. Modesta nei primi del Novecento, in Sicilia. Ma se Modesta comprende fin da bambina che per sopravvivere dovrà prendere in mano il proprio destino, Redenta si lascia invece sopraffare dal senso di colpa di essere sopravvissuta alla morte dei suoi fratelli. Ma anche, la purina, da un handicap fisico che segnerà profondamente la sua vita, insieme alla scarogna, il suo stigma nella comunità. Modesta lotta per la libertà assoluta, rifiutando qualsiasi forma di sottomissione, sia sociale che emotiva. Redenta cerca inconsciamente la sottomissione e subisce Vetro come forma di espiazione e controllo sulla propria sofferenza.
E ancora: Redenta accetta il dolore come destino, Modesta lo sfida con determinazione.
Il modo in cui entrambe gestiscono il desiderio e la sessualità le pone su poli opposti: Redenta lo vive come una gabbia necessaria, Modesta come un’arma di emancipazione.
Redenta, sospesa tra vittima e carnefice di sé stessa, è dal mio punto di vista una figura più complessa rispetto a Modesta che, dichiaratamente, non accetta i confini imposti dalla morale tradizionale, decidendo da sola cosa sia giusto e sbagliato.
Redenta è passiva, si lascia annientare dal dolore, e lo subisce incondizionatamente. Modesta è attiva, anarchica dell’anima e usa il dolore come motore per reinventarsi, trasformando ogni ostacolo in un’opportunità.
Leggere “I giorni di Vetro” e “L’arte della gioia” significa anche entrare nei corpi di Redenta e Modesta, sentirli sulla pelle, attraversarne le ferite e le rivincite. Redenta vive il suo corpo come condanna. Le hanno inculcato, per via della poliomielite, di essere una donna “difettata”. È un corpo che pesa, che vincola, che non le dà tregua. Se lo porta addosso come una sentenza, la scarogna appunto, senza possibilità di appello. Lei non combatte per quel corpo, anzi si lascia trascinare dalla corrente. Modesta, invece, lo vive come una conquista. Lei non chiede permesso. Il suo corpo è libertà, è autodeterminazione, è volontà pura. Sceglie chi amare, cosa desiderare, come vivere. Se il mondo le impone dei limiti, lei li scavalca. Il suo corpo non è un problema, ma una soluzione. Lei non si nasconde, si mostra, si prende tutto senza sensi di colpa. È il controcanto di Redenta, la sua antitesi, il suo riscatto letterario.
Redenta vive il suo corpo come condanna. Modesta, invece, come una conquista.
In un universo alternativo, se Redenta avesse avuto la forza di Modesta avrebbe forse potuto ribaltare il proprio destino. Ma è proprio questa mancanza di emancipazione e di desiderio di controllo sulla propria esistenza a renderla così tragicamente affascinante.