
Popolazioni intere sembrano destinate alla miseria e alla fuga, mentre altre vivono nel privilegio e nel benessere. E così sono andata a riprendere dalla libreria “America” di T.C. Boyle.
Negli ultimi giorni, sono rimasta profondamente colpita dalle immagini trasmesse dai media: una fiumana di uomini, donne e bambini che attraversano Gaza, a piedi, con i bagagli in mano, percorrendo il corridoio Netzarim. Quegli sfollati che marciano senza sosta hanno qualcosa in comune con i colombiani in fila sulla pista di un aeroporto americano per essere rispediti nel loro Paese, o con i volti disperati dei migranti accalcati dietro le reti metalliche al confine tra Messico e Stati Uniti. Una notte di tanti anni fa ho incrociato i loro occhi, attraversando a piedi proprio quel confine, da San Diego a Tijuana. Un’esperienza che non dimenticherò mai.
La storia si ripete, sempre uguale, sempre tragica, nonostante il progresso. Popolazioni intere sembrano destinate alla miseria e alla fuga, mentre altre vivono nel privilegio e nel benessere. E così sono andata a riprendere dalla libreria “America” di T.C. Boyle, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1997 (titolo originale e molto steibeckiano, The Turtilla Curtain, 1995).
Lo scrittore americano, con uno stile crudo e incisivo, racconta proprio questo. La collisione tra due mondi. Quello dei privilegiati, rappresentato da Delaney Mossbacher, un ambientalista benestante e liberale che vive nella California ricca e dorata, e quello dei disperati, incarnato da Cándido Rincón, un immigrato clandestino messicano in cerca di una vita migliore che ha eletto a dimora il canyon. Delaney sta guidando proprio su per quel canyon quando la sua auto perde il controllo, finisce sui cespugli e investe un uomo, Càndido che se ne stava accovacciato lì in mezzo come un animale selvatico. “Cercò in seguito di ridurre l’episodio a un’astrazione, a un incidente in un mondo di incidenti, a uno scontro di forze contrapposte”, scrive Boyle, nell’incipit. La narrazione intreccia le loro storie, mostrando la distanza incolmabile tra chi ha tutto e chi non ha nulla. America mi ha sempre colpito per il modo in cui mette a nudo le contraddizioni della società contemporanea: da un lato, la difesa ostentata di ideali come l’ecologia e i diritti civili; dall’altro, la paura viscerale nei confronti dell’altro, del diverso, del povero. E alla fine, Boyle ci fa capire che questa divisione non può che generare altri conflitti e distruzioni.
“Cercò in seguito di ridurre l’episodio a un’astrazione, a un incidente in un mondo di incidenti, a uno scontro di forze contrapposte”
Mentre ho il romanzo fra le mani, mi tornano alla mente altre storie e altre immagini. Ho pensato agli ebrei deportati nei lager nazisti, che abbiamo ricordato in questi giorni in occasione del Giorno della Memoria. Ho pensato ai profughi siriani, ai boat people di tutti i mari del mondo, a La zattera della Medusa di Géricault, un’immagine che richiama inevitabilmente i migranti che affrontano il Mediterraneo, oggi. Oppure a Sebastião Salgado che, con la sua serie Migrations, ha immortalato l’epopea silenziosa di milioni di persone in movimento, mostrando al mondo la resilienza e la sofferenza di chi lascia tutto alle spalle. Il cinema non è stato da meno: The Good Lie ci porta tra i rifugiati sudanesi, mentre Lamerica di Gianni Amelio ci racconta le migrazioni albanesi degli anni ’90 che nella mia Bari abbiamo conosciuto molto da vicino.
Eppure, nonostante tutto questo dolore, i muri continuano ad alzarsi, le frontiere si serrano, le politiche diventano sempre più ostili verso chi cerca solo di sopravvivere.
La verità è che viviamo in un mondo in cui il progresso tecnologico e materiale non è riuscito a colmare le disuguaglianze. Siamo andati sulla Luna, ma non sappiamo ancora come costruire un ponte tra chi ha tutto e chi non ha nulla.
“Quando ascoltiamo una vittima, non ascoltiamo solo la sua storia; ascoltiamo la nostra umanità”
Ripenso alle immagini degli sfollati di Gaza, di chi attraversa deserti e mari, di chi vive nei campi profughi o nei centri di accoglienza. E mi tornano in mente le parole di Elie Wiesel, “quando ascoltiamo una vittima, non ascoltiamo solo la sua storia; ascoltiamo la nostra umanità”. E io credo che senza umanità non siamo niente.
