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Progetto senza titolo

In un’epoca in cui la vita privata diventa un brand e la felicità un prodotto da vendere, la discrezione è ormai un’arte dimenticata. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto: i segreti non restano tali e la credibilità è un patto che non si può tradire impunemente. Perché, come ci insegnano Tolstoj e Balzac, il tempo svela sempre la verità.

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice lo è a modo suo. Tolstoj lo sapeva bene: dietro le tende pesanti dei salotti borghesi si consumano drammi che neppure un romanzo russo potrebbe esaurire in mille pagine. Ma oggi non c’è più bisogno delle tende: basta un click, una story, un carosello di immagini patinate per confezionare il sogno di una famiglia perfetta. Però, come ammoniva Oscar Wilde, “un segreto è qualcosa che si racconta a una persona alla volta”. Io direi manco a quella, perchè i tempi sono cambiati e quando la platea supera i milioni, ma anche solo le migliaia di follower, il segreto smette di essere tale.

“Un segreto è qualcosa che si racconta a una persona alla volta”.

Viviamo in tempi di vetrine perenni, di esistenze raccontate con filtri accattivanti, di improbabili selfie davanti allo specchio di casa, di sentimenti familiari che diventano monetizzabili. E in diversi ruoli: nonni, genitori, figli di. La costruzione di un idillio domestico non è più un affare privato: è un business, un brand, un marchio di fabbrica. Felicità impacchettata e pronta alla distribuzione, perfetta per vendere vestiti coordinati, biscotti bio, vacanze in resort esclusivi ma anche romanzi. Il problema sorge quando la narrazione della propria favola irreprensibile inizia a scricchiolare sotto il peso della realtà, che è fatta di tutt’altra pasta.

E qui torna Tolstoj, con la sua inesorabile verità: ogni famiglia infelice lo è a modo suo, ma c’è una costante universale nella fragilità umana. Molti non hanno il senso del limite, con i social perdono di mano il confine fra il pubblico e il privato pur di aumentare i follower. Risultato che si traduce in tante cose, quasi sempre monetizzabili. E nel mondo della sovraesposizione volontaria, la discrezione è un’arte rara, quasi dimenticata. Ci si costruisce un castello di trasparenza, ma le mura sono di cristallo e, al primo urto, tutto si frantuma.

Nel mondo della sovraesposizione volontaria, la discrezione è un’arte rara, quasi dimenticata.

Lo so bene, perché mi è capitato più volte di imbattermi in situazioni surreali. Persone che si raccontavano in un modo e poi, nella vita reale, facevano tutt’altro. Ho visto sorrisi smaglianti celare crepe profonde, vite da copertina sgretolarsi dietro le quinte. E ogni volta mi sono chiesta due cose: 1) davvero si può credere a tutto quello che ci viene mostrato? 2) Come si fa ad essere così imprudenti nel gestire la propria altra vita, quella segreta, così diversa da quella che si dà in pasto al pubblico? Soprattutto se si è recidivanti in comportamenti discutibili?

Ho visto sorrisi smaglianti celare crepe profonde, vite da copertina sgretolarsi dietro le quinte.

Il punto è che i segreti non sanno restare chiusi in un cassetto. Lo diceva anche Jean Cocteau: “I segreti sono fatti per diventare pubblici”. E quando a rivelarli non è una confessione spontanea ma il rumor sussurrato all’orecchio giusto, la questione si fa complicata. La credibilità non si compra con le scuse ben studiate, né con le dichiarazioni di trasparenza selettiva. La credibilità è un patto con il pubblico – quando si decide di condividere la propria vita privata con quel pubblico – e chi si erge a modello di perfezione familiare/domestica deve sapere che l’asticella è sempre più alta.

L’ipocrisia non resiste alla prova del tempo.

D’altra parte, essere personaggi pubblici significa vivere sotto la lente, in ogni ambito. Chi predica virtù mentre accumula scheletri nell’armadio, prima o poi si ritrova a fare i conti con il paradosso più antico: l’ipocrisia non resiste alla prova del tempo. Perché il tempo ha una caratteristica straordinaria: svela. E quando la narrazione di sé entra in cortocircuito con la realtà, il pubblico, che un tempo ammirava, diventa giudice implacabile. Perché, alla fine, la verità, come diceva il buon vecchio Balzac, è sempre figlia del tempo.