Dai casi di cronaca nera all’ultimo film di Gennaro Nunziante con Angelo Duro, alla serie true crime Monsters su Netflix, emerge un ritratto inquietante delle relazioni familiari. Qual è il confine fra denuncia e legittimazione?
Chi sono i veri mostri? I genitori o i figli? Me lo sono chiesta dopo aver visto al cinema “Io sono la fine del mondo”, l’ultimo film di Gennaro Nunziante con Angelo Duro, che sta spopolando ai botteghini. Il regista utilizza il registro del black humor per indagare il rapporto fra figli e genitori anziani, spingendo lo spettatore alla riflessione su una relazione spesso complicata. Ѐ una rappresentazione dominata da un’ironia irriverente, grottesca, che sfocia spesso nel cinismo, e che ci obbliga a interrogarci sul ruolo della famiglia come spazio di accudimento reciproco. Ma anche come possibile teatro di conflitti insanabili che a partire dall’infanzia si stratificano nel tempo fino a esplodere nella totale incomunicabilità o in rapporti perversi, in cui a farla da padrona è la vendetta.
Non intendo recensire il film, ma “linkarlo” a fatti di cronaca recenti e passati, che sono espressione della degenerazione irrimediabile del conflitto. Il caso di Reggio Calabria, ad esempio, in cui due figli hanno ucciso il padre Francesco Morando lo scorso 11 gennaio. Ma anche altri più eclatanti: Benno Neumair, che nel 2021 ha ucciso i genitori a Bolzano, gettando i corpi nel fiume Adige; il 17enne Riccardo C. che lo scorso anno ha ucciso la madre il padre e il fratello minore Lorenzo nella loro casa a Paderno Dugnano, nel milanese; Paola e Silvia Zani, che insieme a Mirto Milani, nel 2021 hanno ucciso la madre Laura Ziliani, ex vigilessa di Temù, nel bresciano; Erika De Nardo, allora sedicenne, e il fidanzato Omar Favaro che nel 2001 a Novi Ligure (Alessandria) hanno ucciso la madre di Erika, Susanna Cassini, e il fratellino Gianluca; Ferdinando Carretta che nel 1989 ha ucciso i genitori e il fratello Nicola nella loro casa a Parma. Per restare nelle vicinanze, il famoso “caso Percoco” degli anni Cinquanta, che in modo eccellente Marcello Introna ha raccontato in un romanzo che poi è diventato un film. Franco Percoco uccise i propri genitori e il fratello minore nella loro casa di via Celentano a Bari, custodendo per giorni i corpi nell’armadio.
Motivazioni economiche, desiderio di libertà e conflitti generazionali hanno portato ai tragici epiloghi di tutti questi “casi di famiglia”. André Gide, premio Nobel per la letteratura nel 1947, ha scritto una frase emblematica sulla famiglia che spesso viene citata per la sua incisività: “Le famiglie, vi odio! Focolari chiusi; porte serrate; possessori gelosi della felicità.” (“I nutrimenti terrestri”, 1897).
Anche la serie Netflix Monsters esplora la banalità del male e l’inquietante normalità di individui che diventano mostri. La storia di Lyle ed Erik Menendez, condannati per l’omicidio dei genitori José e Kitty Menendez nella loro residenza di Beverly Hills nel 1989, è un true crime che con un più che riuscito mix di linguaggio visivo e narrativo mette in luce una dinamica centrale: il senso di alienazione, l’incomunicabilità, l’incapacità di affrontare i conflitti che covano sotto la superficie di relazioni apparentemente ordinarie. Una stratificazione di tensioni, abusi o incomprensioni accumulate nel tempo che degenerano nella soppressione dei genitori attraverso l’omicidio efferato.
Nel collegare questi tre piani – i fatti di cronaca, la serie di Netflix e il film di Nunziante – credo che emerga un ritratto inquietante delle relazioni familiari come terreno fertile per sentimenti contraddittori: amore e odio, cura e rifiuto, legami e distanze. Quando la comunicazione si spezza o il peso del passato diventa insopportabile, le relazioni si trasformano in trappole da cui è difficile uscire senza conseguenze devastanti. La violenza, che sia reale o rappresentata, non è solo un atto, ma una metafora del collasso emotivo e morale che può scaturire da dinamiche familiari irrisolte.
Alla luce di queste considerazioni, è fondamentale interrogarsi su come sia possibile prevenire tali tragedie. Come possiamo costruire un dialogo generazionale più sano? Come possiamo intervenire laddove i rapporti familiari si deteriorano? E, infine, quale responsabilità ha la cultura contemporanea, anche attraverso il cinema, nel rappresentare questi conflitti? Qual è il confine fra denuncia e legittimazione?
È vero che i genitori non sono figure perfette: errori e mancanze nell’educazione dei propri figli possono lasciare segni profondi, talvolta alimentando risentimenti che durano una vita. Tuttavia, il compito di un figlio non dovrebbe essere quello di perpetuare una dinamica punitiva, ma piuttosto di interrompere il ciclo di sofferenza, cercando la comprensione invece dell’accanimento. Un approccio che umanizzi entrambe le parti – figli e genitori – sarebbe stato più utile e meno divisivo ma non credo fossero queste le intenzioni di Nunziante sin dalla scelta del caustico Angelo Duro come protagonista della storia.
Resta il fatto che gli anziani costituiscono una delle categorie più vulnerabili della nostra società. Non necessariamente sono loro a essere i mostri, come non lo sono tutti i figli. I veri mostri sono ovunque non si sceglie di ascoltare, comprendere, amare. E questa è una responsabilità che riguarda tutti noi.

