Da accessorio a manifesto, raccontano storie di potere, distacco e fragilità in un mondo iperconnesso. La scelta di Melania Trump di comunicare attraverso il look
La Storia è fatta anche di cappelli. Accessori che nella loro utilità ma anche futilità finiscono per diventare simboli. Come anche il cinema, la letteratura e l’arte. Penso al cappello a cilindro di Abraham Lincoln o al basco di Che Guevara, ma anche alla bombetta di Charlie Chaplin e al cappello di Marguerite Gautier ne “La signora delle camelie” o a quello di Maigret di Simenon e la celebre bombetta dell’uomo di Magritte. Ai tempi del dominio del web, i cappelli riescono a sollevare polveroni crossmediali. Vedi quello da gondoliere indossato da Melania Trump alla recente cerimonia di insediamento alla Casa Bianca. Dallo stile rigoroso e minimalista, come il resto del look firmato dal designer Eric Javits, il cappello di Melania ha smesso presto di essere solo un accessorio. Bel oltre la funzione ornamentale, è diventato un vero e proprio manifesto evocativo della distanza fra lei, The Donald (che non è riuscito a baciarla sulla guancia) e il mondo intero. Intenzionale o non, la scelta ardita ha finito per portare tutti i riflettori su di sé. Nel balletto fra significante e significato – e senza il bisogno scomodare Freud, affascinato dalle implicazioni simboliche degli oggetti indossati, in quanto veicoli di messaggi inconsci – si è parlato di potere e distacco, confine, status, maschera e ambiguità.
In “Alice nel Paese delle Meraviglie” il cappello diventa un’estensione della personalità eccentrica e senza logica del Cappellaio Matto, che riflette il mondo surreale e assurdo in cui si trova Alice. Nel film di Tim Burton, il Cappellaio utilizza il cappello come arma o come oggetto simbolico della sua resilienza.
Restando alle favole presidenziali dei giorni nostri, non è la prima volta che si parla di Melania e dei suoi cappelli. Già nel 2018, durante la visita ufficiale del presidente Macron e della moglie Brigitte, il cappello bianco della fist lady americana, firmato Michael Kors, aveva suscitato discussioni accese. E nel 2017, alla prima cerimonia di insediamento di Donald Trump, Melania aveva optato per un cappello firmato Ralph Lauren, abbinato a un completo azzurro polvere. L’accessorio evocava le linee classiche di Jackie Kennedy, ma già allora non mancarono le critiche: era un omaggio alla storia americana o un espediente per catturare l’attenzione?
Tornando al cappello più recente, alcuni l’hanno accostata a Bianca Jagger, altri a personaggi più controversi del cinema e della letteratura. Qualcuno ha parlato di “moda che diventa armatura”, mentre altri hanno criticato l’eccesso di teatralità in un contesto che richiedeva sobrietà. Il cappello, secondo i detrattori, non era solo un accessorio: era una dichiarazione di superiorità. Per i sostenitori, invece, rappresentava il coraggio di osare, di riportare nel mondo della politica un’eleganza rigorosa che sembrava dimenticata.
Ma dietro l’apparente frivolezza del dibattito, si nasconde forse una questione più profonda. Melania Trump, spesso accusata di essere una figura muta e decorativa, sembrava comunicare proprio attraverso il look. Padroneggiava la scena, ma distante, quasi irraggiungibile. “Sono qui, ma non appartengo a questo mondo”, sembrava dire. Una figura isolata, al centro dei festeggiamenti.
D’altronde Melania Trump è una donna che ha sempre fatto parlare di sé per ciò che non dice, piuttosto che per ciò che dice. Ha sempre avuto il potere di far parlare, senza mai dire una parola. E quindi quel suo cappello s’è fatto significante della distanza fra lei e il mondo. Forse, persino di solitudine. Perché se è vero che un cappello può elevare una figura, è altrettanto vero che può isolarla, mettendola sotto i riflettori e separandola dal mondo circostante.
Mi viene in mente Oliver Sacks, il suo romanzo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, in cui il cappello diventa il simbolo di un disordine percettivo, una metafora della perdita di connessione con la realtà. Che non sarebbe tanto improbabile al tempo dell’iperconnessione.