Dai social alla consacrazione ai Grammy 2025, Benson Boone si impone come artista totale, dove il corpo diventa linguaggio e la voce si fa movimento. Ma quella mano sul pacco…
Immagine di copertina courtesy Recording Academy https://www.youtube.com/watch?v=uhJkyFvbGGk&t=17s
Ho ascoltato tante volte sui social “Beautiful things”, l’hit di Benson Boone. Scrollando, sempre per caso e imbattendomi solo nel suo esplosivo ritornello. Non l’avevo mai associato a una faccia e tanto più a un nome. In tutta sincerità la trovavo una canzone infastidente, un po’ cringe, direbbe mia figlia Nicole. Poi la rivelazione. Qualche giorno fa mi capita sotto gli occhi una scena del Grammy 2025. C’è questo tipo riccioluto, giovane ma non avrei saputo dargli un’età precisa per via dei baffi, vestito in abito classico, uno smoking d’ordinanza. Si alza da un tavolino dove è seduto in platea e ha un microfono in mano. Canta. Poi il colpo di teatro: due icone del pop contemporaneo – Beyoncé e Dua Lipa, perfette nel ruolo di ancelle del rito – lo spogliano dell’austerità della giacca e della camicia, lui fa il resto con i pantaloni. Tutto si scompone, molto velocemente, per rivelare la tuta celeste da acrobata che indossa e che brilla, guizzante, aderente, metafora perfetta della vocalità atletica che rivelerà poco dopo.
Ricollego all’improvviso la canzone che non mi piaceva a un volto, a un fisico scolpito ma soprattutto a un numero di trasformismo scenico che, seppure con le dovute differenze, mi ha fatto pensare alla teatralità di Freddy Mercury, agli strepitosi travestimenti di David Bowie e al narcisismo barocco di Prince. Qualcosa di circense si muove con Benson Boone, che si prende tutta la scena fin sul palco e io resto a guardarlo spaesata, come mi capita sempre quando qualcosa mi colpisce. Ho rivisto più volte il video per capire se provassi repulsione o attrazione e ho concluso quanto segue.
Benson Boone ha una voce incredibile, che si fa essa stessa movimento e il corpo che si fa suono. Un’ibridazione totale, in cui il canto non è più solo ascolto, ma esperienza visiva, fisica, immersiva. Un’idea di performance che non si rifugia nella nostalgia, né si piega alle regole della semplicità algoritmica da playlist. Judith Butler, in Corpi che contano: i limiti discorsivi del sesso, sottolinea come il corpo non sia mai un’entità neutrale, ma un campo di battaglia simbolico, in cui identità, desiderio e potere si stratificano. La musica di Boone sembra rispondere proprio a questa logica: il suono e il corpo si fondono in una narrazione che eccede il semplice intrattenimento.
E poi, l’incidente. O il gesto studiato. O il riflesso istintivo. Poco importa. La mano che scivola sul pacco dopo l’ultima nota, il dettaglio volgare che cancella il sublime e lascia spazio alla polemica. Un movimento che ricorda il rock sfrontato, senza freni, di altre epoche. Freddy Mercury che mima l’atto sessuale con l’asta del microfono. Michael Hutchence, sguardo liquido e gestualità ipnotica, che copula idealmente con il pubblico. Tempi diversi, certo. Ma il corpo resta il vettore primario del linguaggio musicale. Lo sa Boone, lo sanno i milioni di spettatori che, tra estasi e indignazione, ne hanno fissato l’immagine nell’iconografia pop di questo decennio.
Il corpo, nella musica contemporanea, non è mai neutro. È una dichiarazione di intenti, un vettore di senso, un dispositivo semantico che amplifica o distorce il messaggio sonoro. Roland Barthes, nel suo saggio “L’ovvio e l’ottuso”, esplora la pregnanza del gesto, il suo valore di segno, il modo in cui un’azione corporea possa sovradeterminare il significato di un’intera performance. Boone, con il suo gesto, si inserisce in questa tradizione semiotica. Non canta soltanto: trasforma il corpo in linguaggio, il movimento in significato.
Nella sua performance ai Grammy, il corpo non è solo un’estensione della voce, ma una partitura visiva che si scrive sul palco. Il modo in cui si muove, si veste, si spoglia e si ricompone è un atto di comunicazione tanto potente quanto le sue note.
Il corpo, secondo Baudrillard, non è più un’entità naturale, ma un costrutto mediatico, un segno che esiste solo attraverso la sua rappresentazione. E dunque un simulacro, svuotato di autenticità e trasformato in un oggetto di consumo e spettacolo. Credo che Boone incarni questa logica: il suo corpo è al contempo oggetto di desiderio e strumento performativo, un medium attraverso cui si gioca il significato della sua arte. Boone presta il suo corpo, oltre che la sua voce, al rito dell’adorazione mediatica; si modella sulle aspettative del pubblico e al tempo stesso le sovverte, spingendo la performance verso un’estetica che è al contempo sensuale e ironica, eccessiva e muscolosa. Non lascia indifferenti, insomma. Ed è questo, in fondo, l’unico vero obiettivo di un artista.
Poi le scuse. “Ho esagerato nel sistemarmi la tuta”. Un tentativo di ridimensionare, di riportare tutto nell’alveo del caso, dello scivolone innocente. No, non ci ho creduto. Nessun gesto è mai davvero casuale, figuriamoci poi sul palco dei Grammy, ragazzaccio sfrontato che non sei altro!
Quello che resta, oltre il rumore del gossip, è un cantante fuori categoria. La voce lirica che attraversa e annulla i generi. Un’anima musicale che si muove tra il pop, il rock, il soul e l’opera con la disinvoltura di chi non ha bisogno di definizioni. Se esiste un post-pop o un post-rock, Boone ne è il profeta inconsapevole. Il sincretismo sonoro in cui ogni riferimento è lecito, ogni contaminazione possibile.
I numeri acrobatici – capriole, piroette, flessioni del corpo che sfidano la gravità – non sono solo spettacolo, ma dichiarazione d’intenti. Sono il segnale di un tempo che si ricombina, di un linguaggio musicale che cerca nuove traiettorie. Può piacere o scandalizzare. Ma non lascia indifferenti.